Nella primavera dell’809, il sovrano bulgaro Krum conquistò Serdika al ritorno da una campagna militare nella valle dello Struma. L’evento si verificò alla vigilia di Pasqua, segnando un momento significativo nella storia della città. Secondo lo storico bizantino Teofan il Confessore, le forze di Krum uccisero 6.000 soldati e molti civili, sebbene questo resoconto sollevi dubbi sulle dimensioni, l’armamento e l’approccio strategico dell’esercito di Krum e rimanga non verificato.
Nonostante la drammatica conquista, la presa di Sredets (il nome con cui Serdika era conosciuta a quel tempo) non provocò distruzioni significative né portò a cambiamenti sostanziali all’interno della città. Il periodo successivo alla conquista vide un aumento dei ritrovamenti di ceramiche intorno alle mura della fortezza, che alcuni ricercatori attribuiscono agli slavi della penisola balcanica. Tuttavia, mancano indagini approfondite sulle caratteristiche trace e bulgare di questi ritrovamenti.
Tra la fine del IX e l’inizio del X secolo, si verificarono importanti sviluppi architettonici, tra cui la completa ricostruzione della Chiesa di San Giorgio. Inoltre, la città accolse un illustre visitatore, lo zar Pietro I, sotto la cui guida il venerato eremita San Ivan di Rila, noto anche come il Taumaturgo di Rila e considerato il Patrono Celeste dei Bulgari, fu sepolto a Sredets subito dopo la sua morte nel 946. Questa sepoltura sottolinea l’importanza della città come centro spirituale e culturale durante questo periodo.
Alla fine del X secolo, Sredets era diventata un’importante roccaforte all’interno dei territori controllati dai Komitopuli, in particolare sotto Aronne. Dopo la conquista della capitale bulgara Preslav, il patriarca Damiano trovò rifugio temporaneo tra le sue mura. Un momento importante nella storia della città si verificò nell’estate del 986, quando l’imperatore Basilio II assediò Sredets per 20 giorni. Nonostante ciò, Basilio II subì una grave sconfitta alla Porta di Traiano durante il suo ritorno in Tracia, segnando una significativa battuta d’arresto per le forze bizantine.
La sottomissione di Sredets al dominio bizantino avvenne solo nel 1018, dopo la morte di Ivan Vladislav, ultimo re del Primo Regno Bulgaro. Fu allora che i capi (voivodi) di 35 fortezze, tra cui Sredets, riconobbero volontariamente la sovranità dell’imperatore romano (bizantino). Questo momento segnò una transizione cruciale nello status della città, riflettendo i mutevoli scenari politici della regione e la fine di un’era nella storia bulgara, con l’annessione all’Impero bizantino.
Nel 1040, Sredets sfuggì momentaneamente al controllo bizantino, cadendo nelle mani dei ribelli guidati da Pietro Deljan. Questa insurrezione spinse l’imperatore Michele IV a intervenire personalmente per reprimere la rivolta. Successivamente, nel tentativo di stabilizzare la regione, le autorità bizantine reinsediarono un numero considerevole di Peceneghi nel Campo di Sofia dopo il 1048, con una parte che probabilmente si stabilì all’interno della città stessa.
Nel 1059, l’imperatore Isacco I Comneno guidò un esercito considerevole a Sredec per affrontare l’avanzata degli Ungheresi. Tuttavia, il potenziale conflitto fu scongiurato attraverso negoziati, evitando un significativo scontro militare. Verso la fine degli anni ’60 del 1000, precisamente intorno al 1066 o 1067, il futuro imperatore Romano IV Diogene fu nominato governatore di Sredec, sottolineando l’importanza strategica della città all’interno dell’Impero bizantino.
L’anno 1183 segnò un periodo buio per Sredec, poiché fu conquistata e devastata dalle forze del Granduca serbo Stefano Nemanja e del re ungherese Béla III. Questo attacco devastante sottolineò la vulnerabilità della città alle lotte di potere regionali. Nel 1189, Sredec si ritrovò inavvertitamente ad ospitare il contingente settentrionale della Terza Crociata, guidato dall’imperatore Federico I Barbarossa. I crociati, entrati in una città abbandonata e priva di risorse – “senza mercato, cibo e vino” – affrontarono gravi difficoltà. Questa situazione inaspettata li costrinse a proseguire il loro arduo viaggio attraverso Plovdiv verso Edirne e infine Costantinopoli, notevolmente stanchi e delusi dalle loro esperienze.
Nel 1194, Sredec divenne parte integrante del Secondo Regno Bulgaro sotto Ivan Asen I, segnando l’inizio di una nuova era nella storia della città.
Durante il periodo di prosperità dal XIII al XVII secolo, Sredec ricoprì una notevole importanza strategica all’interno del Secondo Regno Bulgaro, principalmente per il suo controllo sulle regioni della Pomerania e della Macedonia. Dopo la sua annessione, furono prontamente avviati gli sforzi per riparare le mura della fortezza e riparare i gravi danni all’interno della città. Questo periodo vide un notevole aumento della densità edilizia urbana, con molte strade che si restringevano in stretti passaggi e la comparsa di edifici a due piani, a riflesso di una fiorente crescita e sviluppo urbano.
Diversi governatori di Sredets a metà del XIII secolo ricevettero il titolo di sebastocratore, un rango secondo solo a quello del re. Tra le figure di spicco che portavano questo titolo figuravano il sebastocratore Alessandro, fratello dello zar Ivan Asen II, suo figlio Kalojan e il genero di Alessandro, Pietro. Dopo la morte di Ivan Asen II, Pietro assunse il controllo dei territori occidentali della Bulgaria. Questo periodo sottolinea l’evoluzione del paesaggio urbano di Sredets e il suo ruolo cruciale nelle macchinazioni politiche e strategiche del Secondo Regno Bulgaro.
Durante il governo del sebastocratore Kalojan, si ritiene che gli antichi resti del quartiere costantiniano siano stati ricostruiti, trasformandosi nella residenza del governatore della città. Questo periodo riflette significativi sviluppi architettonici e culturali a Sredets, a dimostrazione dell’importanza della città come centro di potere e amministrazione.
A Sebastopratore Kalojan è attribuita la fondazione della Chiesa di Boyana, un’opera emblematica dell’arte medievale bulgara. Questa chiesa è particolarmente degna di nota perché ospita un ritratto a figura intera di Kalojan, datato 1259, che la rende un manufatto inestimabile per comprendere la società e la cultura medievale bulgara.
Il XIV secolo a Sredets fu caratterizzato da una vivace attività culturale ed economica. Una scuola letteraria operava vicino alla Cattedrale Metropolitana di Santa Sofia, contribuendo in modo significativo alla tradizione letteraria bulgara medievale. Dalle attività di questa scuola è stato preservato il Vangelo di Sredets, testimonianza della vita accademica e religiosa della città. Inoltre, l’area circostante la città vide la formazione di un complesso di monasteri, in seguito noto come Foresta di Santa Sofia, a testimonianza della crescita della vita monastica e dell’educazione religiosa.
Sredets emerse anche come centro per il commercio internazionale e l’artigianato in questo periodo. I mercanti di Dubrovnik avevano uffici in città, facilitando il commercio e gli scambi culturali. La produzione di ceramiche sgraffito multicolori di lusso, gioielli e oggetti in ferro battuto a Sofia sottolineava ulteriormente la vitalità economica e la creatività artistica della città, dipingendo l’immagine di una città medievale vivace, culturalmente ricca ed economicamente dinamica.
Nel 1382, il generale ottomano Lala Shahin Pasha assediò Sofia per tre mesi. I suoi rapporti al governo ottomano lodarono la città per le sue favorevoli condizioni naturali, la sua ricchezza e la sua vivace vita economica, nonché la sua importanza politica. Poco dopo questi rapporti, Sofia cadde nelle mani del suo subordinato, Ince Balaban Bey. Questo segnò l’inizio di un nuovo capitolo nella storia di Sofia, che divenne il centro del Sangiaccato di Sofia Pasha, un ruolo che mantenne dal 1393 al 1878.
Durante l’ambiziosa campagna condotta da Janos Hunyadi nell’autunno del 1443, gli Ottomani presero la decisione strategica di abbandonare Sofia. Nel tentativo di contrastare l’avanzata delle forze ungheresi, evacuarono la popolazione e incendiarono la città, sperando di privare il nemico di rifornimenti e riparo. Nonostante questi sforzi, gli ungheresi furono accolti calorosamente dai cristiani rimasti a Sofia, che celebrarono una solenne funzione nella Cattedrale di Santa Sofia per dare il benvenuto ai loro liberatori. Tuttavia, questo momento di tregua fu di breve durata: nel giro di poche settimane, gli ungheresi si ritirarono a Pirot e, per rappresaglia per il loro sostegno alle forze di Hunyadi, i cristiani di Sofia e dei dintorni subirono un brutale massacro per mano degli ottomani. Questo tragico evento sottolinea la natura tumultuosa e spesso brutale della storia di Sofia durante i periodi di conflitto militare e occupazione.
A metà del XV secolo, nonostante la conquista ottomana, Sofia mantenne il suo carattere prevalentemente bulgaro, come osservato dai viaggiatori europei dell’epoca. Questa testimonianza della resilienza della città evidenzia la sua capacità di preservare la propria identità culturale in mezzo a significativi cambiamenti politici e sociali.
La metà del XV secolo portò a Sofia importanti eventi religiosi, rafforzandone lo status di centro spirituale. Dal 1460, la città divenne custode delle reliquie del Santo Re Stefano II Milutin, figura di spicco del cristianesimo ortodosso. Arricchendo ulteriormente il suo patrimonio religioso, nel 1469 Sofia fu un punto chiave nella processione delle reliquie di San Ivan di Rila da Tarnovo al Monastero di Rila. Questo evento ebbe un’importanza fondamentale per la comunità ortodossa, segnando un momento di unità e rinnovamento spirituale.
Durante questo periodo, Sofia, insieme ai monasteri circostanti della Foresta Sacra di Sofia, divenne un centro di educazione religiosa e culturale, noto per lo sviluppo della Scuola del Libro di Sofia. Questa scuola contribuì alla conservazione e alla creazione di testi religiosi e letterari, svolgendo un ruolo cruciale nella vita culturale e spirituale della regione. Attraverso questi sviluppi, Sofia continuò ad affermare la sua importanza non solo come centro politico ed economico sotto il dominio ottomano, ma anche come faro del cristianesimo ortodosso e del patrimonio bulgaro.
In seguito all’integrazione di Sofia nell’Impero Ottomano, la colonia di mercanti di Dubrovnik conobbe una crescita significativa, ulteriormente arricchita dall’arrivo di commercianti italiani provenienti da Firenze e Venezia. Insieme, queste comunità fondarono un quartiere cattolico nei pressi della porta occidentale demolita della città, contribuendo al tessuto cosmopolita di Sofia.
Il panorama demografico ed economico della città comprendeva anche armeni, prevalentemente dediti all’oreficeria e alla pellicceria, residenti nelle zone centrali. Nel frattempo, i quartieri nord-orientali divennero sede di comunità ebraiche, che favorirono estese reti commerciali con i Paesi Bassi e la Francia, rafforzando la posizione di Sofia come snodo commerciale.
Quest’epoca segnò Sofia come un importante centro per la produzione e l’esportazione di beni di lusso in Italia, tra cui il tessuto di lana noto come chocha e una pelle trattata in modo speciale chiamata “bulgarini” in Italia. Inoltre, la città importò dall’Italia oggetti in vetro, medicinali e terracotta, a testimonianza di un vivace scambio di merci e influenze culturali.
Durante questo periodo, Sofia servì occasionalmente come sede temporanea del Beylerbey di Rumelia. Il Beylerbey era un funzionario di alto rango all’interno dell’Impero Ottomano, con notevole influenza; a volte, era lo stesso Gran Visir a ricoprire tale carica. Questo ruolo sottolineava l’importanza strategica di Sofia all’interno della gerarchia amministrativa e politica ottomana, evidenziandone l’importanza al di là di quella di semplice capoluogo di provincia.
L’inizio del XVI secolo segnò un cambiamento significativo nella composizione culturale ed etnica di Sofia. In netto contrasto con il secolo precedente, negli anni ’30 del Novecento i viaggiatori segnalavano una maggioranza musulmana in città e, a metà del XVII secolo, le descrizioni indicavano una popolazione interamente turca. Questo cambiamento rifletteva le più ampie trasformazioni socio-politiche avvenute sotto il dominio ottomano, che includevano la conversione delle strutture religiose e un significativo spostamento demografico verso una popolazione prevalentemente musulmana.
Due delle grandi chiese antiche di Sofia furono trasformate in moschee all’inizio del XVI secolo: la chiesa di “Santa Sofia” divenne la Moschea di Siyavush Pasha, e la chiesa di “San Giorgio” fu trasformata nella Moschea di Gul. Le prove archeologiche suggeriscono che una parte sostanziale degli abitanti del centro città fosse musulmana a quel tempo, a dimostrazione della diffusa islamizzazione della città.
Il processo di islamizzazione a Sofia, e più in generale nell’Impero Ottomano, non è ampiamente documentato, in particolare per quanto riguarda i metodi impiegati. Tuttavia, in quel periodo furono riconosciuti come martiri diversi cristiani che si rifiutarono di convertirsi all’Islam, a dimostrazione della resistenza alla conversione religiosa. Tra questi personaggi figurano Giorgio di Sofia la Nuova e Sofronio di Sofia, entrambi nel 1515, un altro Giorgio di Sofia la Nuova nel 1530, Nicola di Sofia Novi nel 1555 e Teraponzio di Sofia, anch’egli nel 1555. Il loro martirio sottolinea la complessa interazione tra fede, identità e resistenza all’interno del mutevole panorama religioso di Sofia durante l’era ottomana.
Nel 1530, Sofia fu designata capitale permanente dell’Eyalet di Rumelia, status che mantenne fino al 1836. Inizialmente chiamata Beylerbeystvo fino al 1590, l’Eyalet di Rumelia comprendeva una parte significativa della penisola balcanica, estendendosi dalla Tracia orientale alla Pomerania fino all’Epiro. Quest’epoca segnò un notevole periodo di crescita economica e sviluppo culturale per Sofia, caratterizzato dalla rinascita di vari mestieri e dalla coniazione di monete, una pratica mai vista dall’antichità. L’oro e l’argento necessari per la coniazione provenivano principalmente dalle miniere intorno a Chiprovtsi, a testimonianza della ricchezza mineraria della regione.
Dalla metà del XV secolo, in particolare fino al XVI secolo, Sofia vide la costruzione di imponenti edifici pubblici ed edifici religiosi, che contribuirono al panorama architettonico e culturale della città. Tra queste, degne di nota sono la Moschea Buyuk, costruita tra il 1451 e il 1494, e la Moschea Çelebi, eretta nel 1502 adiacente al Konak. Inoltre, la Moschea del Derviscio Koca Mehmed Pasha, risalente al 1528 e oggi adibita a chiesa, e la Moschea Banya Bashi, completata nel 1567 dal famoso architetto ottomano Mimar Sinan, sono significative per il loro valore architettonico e storico.
Sebbene i documenti indichino l’esistenza di dieci moschee a Sofia, autori contemporanei di quel periodo suggeriscono che il numero effettivo potrebbe essere di circa 150. Questa cifra riflette la vasta influenza architettonica e culturale islamica a Sofia durante il periodo ottomano, sottolineando l’importanza della città come centro commerciale, amministrativo e religioso nei Balcani.
